"Come si fa a lavorare insieme se non ci si vuole bene?". Questa frase, pronunciata da Bernardo Caprotti, patron di Esselunga, alla conferenza stampa milanese di presentazione del suo libro di qualche tempo fa, è emblematica di quello che è un elemento basilare della monarchia industriale italiana: il rapporto tra padre e figlio.
Massima espressione dell'italiana tramandarietà di gestione è quella racchiusa nel bel libro di Filippo Astone, "Gli affari di famiglia".
Considerando che l'Esselunga di Viale Papiniano è stato il mio primo luogo di approvvigionamento cibarie milanesi alla metà degli anni '90, più che altro per la fama di social networking, da emigrante piemontese, mi sono interessato sempre alla vicenda della famiglia Caprotti e della visione che è trasparita dai media.
Ho letto subito due capitoli: uno è quello su Lapo Elkann, del quale ho sempre pensato meglio di quello che la stampa nostrana gli pitturava addosso, l'altro è quello sui Caprotti, un'emblema sconcertante di come spesso la famiglia rappresenti il freno maggiore all'innovazione e di come i giornali del Bel Paese si possano bere l'inverosimile quando non si prendono il tempo di fare un minimo di inchiesta o il personaggio in questione è un savio intrattenitore.
Di Lapo parlo poi un'altra volta, qua ho già ribadito che secondo me non è un pirla vestito da clown ma è un ragazzo, sicuramente, incredibilmente fortunato, che è attualmente a capo di una holding italiana che dà lavoro a talenti italiani e che fattura. Autofinanziandosi. Certo, non partito da povero. Di questi tempi, però, non è poco. E adoro le sue interviste. Pezzo da Novanta.
Torniamo ai nostri amici dei supermercati.
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