Marco mi ha fatto un bel regalo e mi ha inviato a Londra una copia dell'ultimo libro di Roberto. Come il primo, anche questo è stato divorato a velocità costante, con una dissolvenza sonora del mondo circostante che mi ha consentito di entrare nella stanza con lui e ascoltarlo, senza essere disturbati.
Intendiamoci: non è Gomorra. E da un certo punto di vista è esattamente quello che ci voleva. Gomorra è irraggiungibile, è nato libro per diventare coscienza, si è trasformato da carta a memoria, da apatia a intervento. Roberto è vivo non solo grazie all'insuperabile lavoro dei suoi meravigliosi angeli custodi, ma è vivo perché la camorra dovrebbe uccidere milioni di lettori, che ora hanno capito. Prima erano trafiletti di diciottesima sul Corriere, talvolta.
Intendiamoci: non è creazione nuova, è una raccolta rielaborata di scritti e articoli che, se avete seguito Roberto in passato, avete già sentito passare nella vostra testa.
Ma qua viene il bello: il bello di scoprire un Roberto che non parla (solo) dei mafiosi codardi o dei camorristi bestiali, ma che ci accompagna, novello dante partenopeo, attraverso le storie di donne e uomini che sono così lontani da noi, per il loro valore, che possiamo solamente cercare di rispettare il loro operato e cercare di fare un po' meglio nel nostro piccolo. Fosse anche lamentarsi di meno e fare di più.


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